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Educare nell’era delle piattaforme. Divari, diritti, opportunità

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 e i relativi periodi di confinamento, più o meno generalizzati, hanno costretto la scuola a ricorrere a forme di didattica a distanza e/o integrata per garantire la continuità educativa. Ciò ha richiesto non solo un adeguamento delle dotazioni tecnologiche degli istituti, ma anche un potenziamento delle competenze professionali degli insegnanti sulle tecnologie da usare, le modalità di erogazione dei contenuti, le strategie di inclusione per avvicinare gli studenti in difficoltà, la valutazione degli apprendimenti, ecc. 

Nell’emergenza del momento, scarsa attenzione è stata riservata al tema della tutela della privacy e dei dati personali di insegnanti e studenti, alla questione relativa all’uso dell’enorme quantità di dati (Big Data) che si è venuta a generare attraverso l’impiego diffuso e intensivo delle piattaforme tecnologie per l’apprendimento online, alle implicazioni pedagogiche e politiche legate all’adozione massiva di piattaforme commerciali e all’uso del software libero e open source

La Summer School di quest’anno intende aprire una discussione su questi temi per riflettere sull’istruzione del mondo post-Covid. Se, da un lato, la digitalizzazione dell’educazione guidata dalle aziende tecnologiche rischia, di fatto, di attuare una forma di privatizzazione dei sistemi di istruzione, dall’altro la Commissione Internazionale dell’UNESCO per il Futuro dell’Educazione (2020) spinge – tra le altre cose – verso l’adozione di tecnologie libere e open source per insegnanti e studenti, spiegando che “[Occorre] una collaborazione globale tra governi, filantropia e organizzazioni senza scopo di lucro per sviluppare e distribuire risorse e piattaforme educative aperte, riconoscendo che gran parte di ciò che è attualmente fornito dalle società private dovrebbe diventare un’impresa pubblica in cui promuovere gli interessi e le capacità di studenti è il solo e unico scopo…[…] Dobbiamo garantire che qualsiasi transizione digitale non sia solo uno sforzo spinto dalle aziende tecnologiche, ma che anche insegnanti, studenti, governi, rappresentanti della società civile e sostenitori della privacy possono avere voce in capitolo e plasmare queste trasformazioni (pp. 16-17 ).

La Media Education deve svolgere un ruolo chiave per orientare la transizione digitale in questa direzione, accompagnando dirigenti scolastici, insegnanti, studenti e famiglie nella costruzione di un futuro democratico incardinato sull’idea di educazione (digitale o meno) come bene comune.

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